Le Zone d'ombra

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venerdì 2 luglio 2010

Scatole parte1

Se ne stava con la schiena contro il muro gelido e inumidito, le gambe attaccate allo sterno e le braccia strette strette intorno ad esse, quasi come a impedir loro di muoversi per il tremore. Oscar si nascondeva completamente sotto la coperta di lana pesante che puzzava di polvere e attendeva il passare delle ore oscure delle giornata. Sguardo vigile, fronte sudata, corporatura rachitica, capelli color della pece, scompigliati. Respirava con la bocca aperta cercando di distendere i polmoni nel modo più naturale possibile, ma faceva una fatica tremenda dato che l’ossigeno a disposizione si consumava a poco a poco. Le pareti della stanza scomparivano gradualmente, al tramontare del sole, e quel cubo quattro per quattro in cui dimorava da tempo diventava immenso. E come in attesa che qualche strana creatura riuscisse a liberarsi dal limbo in cui i raggi del sole la imprigionavano, il ragazzino sedeva sul materasso rigido del letto in cui era solito trascorrere la notte per niente tranquillo, sotto il cono di luce gialla proiettato dal lampadario in metallo mezzo rosicchiato dalla ruggine. Ogni tanto dei suoni strani echeggiavano nelle sue orecchie con insistenza e sempre improvvisi. Colpi di bastone contro il pavimento, gocce d’acqua in pozze invisibili. Voci sussurrate, frutto della suggestione. Più di tutto però,il centro delle sue preoccupazioni era la presenza di quelle sagome possenti. Sperava con tutto se stesso che gli individui dalle dita esili come rami e dalla forza impressionante, in quel momento, non varcassero la porta, proprio quando era meno preparato a somatizzare il loro assalto. Il suo cuore batteva così forte che sembrava volesse esplodergli fuori dal torace. Quando non riusciva più a trattenersi, tirava fuori la testa per prendere aria, con gli occhi ben chiusi, sforzandosi di non aprirli, sebbene la curiosità per l’ignoto solleticava i suoi pensieri. Timidamente apriva un occhio, premurandosi di tenere l’altro chiuso. Le ombre giocavano con la sua emotività: aveva sempre l’impressione che qualcuno fosse con lui nella stanza, ogni volta sagome diverse, grandi e piccole, quadrupedi. Sintomi di un’insonnia che durava da due lunghissimi giorni. Le palpebre pesavano come due macigni. Come se non bastasse da un po’ di tempo a questa parte la grossa lampadina sembrava desistesse sotto il peso delle tenebre, debole, indifesa. In quegli istanti Oscar restava col fiato sospeso, le implorava di tenere duro; alla fine soddisfatto, tirava un sospiro di sollievo perché la sua unica alleata lo accompagnava fino alle prime sfumature argentee dell’alba, quando la debolezza in lui aveva preso il sopravvento trascinandolo in un sogno pesante come il piombo. Si svegliò con un dolore alla parte destra del collo, segno che era stato con la testa penzolante da un lato. Si stiracchiava, come tutte le mattine e restava in silenzio ascoltando gli uccelli cinguettare all’esterno come ad avere una conferma che non stesse solo immaginando i raggi del sole. La finestrella in alto alla sua sinistra, rispetto alla posizione del letto, sebbene fosse più una fenditura, lasciava entrare per lo meno la sensazione che fosse giorno. Finalmente poteva toccare le pareti scorticate e arrossate che lambivano i confini del volume e che nella notte si facevano labili. Le tubature, la scarsa imitazione di un banchetto per la scuola, la montagna di libri che si sostenevano a vicenda in uno strambo equilibrio, il grande occhio proprio sopra la porta scura, fredda e massiccia. Come in un inventario, Oscar tutte le mattine ricontrollava che tutto fosse al suo posto con un’espressione piuttosto triste che entusiasta: avrebbe desiderato trovarsi altrove, avrebbe preferito che fosse solo un incubo terribile. Si sentiva una tra le tante cianfrusaglie contenute in una scatola gigante che attendeva solo di essere scoperchiata. Di colpo si accorse di aver dimenticato una cosa molto importante. Spostò frettolosamente il plaid color marrone anemico e saltò giù dal letto. Avvertì il gelo del pavimento di prima mattina con i suoi piedi nudi e piccolissimi, si sgranchì le dita partendo dall’alluce. Cercò lo strappo al lato del materasso, affondò l’indice e portò la lingua sulle labbra, concentrandosi per poter afferrare qualcosa di molto piccolo. Tirò fuori un chiodo di medie dimensioni. Lo guardò con soddisfazione mista a indecisione. Si sedette per terra, per niente preoccupato di aggiungere altro sporco alla sua t-shit bianca e al suo pantalone blu. Si distese supino e con la mano si aggrappò alla struttura metallica del letto infilandosi sotto di esso. Qui si trovò di fronte ad un pannello di legno in sostituzione della rete che avrebbe dovuto supportare il materasso stesso; impugnò il chiodo come una penna e aggiunse un'altra incisione. A quel punto perdeva qualche minuto a contare tutti segni che affiancavano l’ultimo che si era preoccupato di incidere. Trecentosessanta: erano trecentosessanta giorni che era chiuso tra quelle quattro mura, giorni che erano trascorsi tutti uguali.

...continua...

3 commenti:

  1. voglio leggere la continuazione eh!
    complimenti davvero..
    mi è piaciuto molto,è un racconto scorrevole alla lettura è ricco di suspense...ottimo!

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  2. grazieeee millee, conta tantissimo il vostro giudizio per me;)

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  3. Mi piace, mi piace... =) Un po' troppi dettagli per i miei gusti... A quanto pare Dostoesvkij ci condiziona negativamente!!!! xD

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