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domenica 11 luglio 2010

Scatole Parte 2

Una volta ultimata la conta, rifece ogni movimento a ritroso e tornò a sedersi sul letto. Stava per ore a fissarlo, sforzandosi di ricordare senza alcun risultato. Che nesso aveva quel chiodo con lui? Da quando quella scatola di cartoncino sottilissimo, schiacciata, era stata infilata nello spazio tra la porta e il pavimento, dentro di sé era cambiato qualcosa. Si era accesa una scintilla, si era mosso un ingranaggio che aveva permesso al suo orologio interno di riprendere a ticchettare. E il lubrificante era stato quel profumo di primula di cui erano intrise le scatole e gli oggetti al loro interno. Ripose il chiodo nello strappo e Istintivamente si alzò e si diresse verso la catasta di libri nell’angolo sottostante la finestra. Si piegò sulle ginocchia e cominciò a scorrere i titoli: erano libri prettamente sconsigliati per un bambino di nove anni: fantascienza, fisica, matematica, storie delle Due Grandi Guerre con tanto di immagini cruente dei nefandi compimenti dell’uomo del tempo. Scartò questi e afferrò, sfilandolo dalla torre, stando attento a non farla crollare, un volume che per i contenuti e per il genere letterario cozzava terribilmente con il resto. “Storia di un Cyborg” era il titolo, incentrato sulla mirabolante avventura di un Cyborg alla ricerca di un cuore vero da farsi trapiantare per poter provare a sentirsi umano. La riteneva una storia appassionante e commovente. Aveva perso il conto delle volte in cui si era perso inseguendo con lo sguardo le righe di quel racconto, di cui ripeteva tra sé e sé i dialoghi e le descrizioni a memoria. Apertolo, annusò le pagine ingiallite, che odoravano di consumato, di un libro letto e poi accantonato chissà in quale scaffale di quale stanza, e smise di scorrerle frettolosamente quando vide un foglietto. Lo prese, e si sedette sul pavimento, mise da parte il manoscritto e lo aprì leggendo: “ usalo come meglio credi”. Qualcuno, lo stesso che aveva recapitato la prima di altre due scatole, aveva scritto sul pezzo di carta con una elegante grafia la sequenza di parole del quale non comprese il senso, pur associando il messaggio al chiodo che aveva trovato all’interno della scatola. Ripiegò il foglio e lo mise in tasca. Aveva ritenuto opportuno capire in che modo scorresse il tempo, contando i giorni, piuttosto che tentare invano di trovare, con un oggetto così misero, una via d’uscita. Si riprometteva sempre di non ritornarci su, ma nonostante tutto una strana forza di attrazione lo calamitava verso di esso e gli riportava alla mente il fatto che, comunque avesse deciso, non avrebbe trovato un fine per giustificare le sue azioni. Il curioso assortimento di generi letterari lo mandava terribilmente in bestia. Troppe cose gli riempivano la testa che sentiva gonfia come un pallone pronto a scoppiare. L’angoscia per i gap mentali che non riusciva a colmare lo distruggeva. Oltre a sapere quanti anni avesse, Oscar, non ricordava nulla relativamente alla trance di tempo che precedeva il primo giorno suo nella stanza. Quegli occhi color del cielo d’estate, limpidi, fissavano il vuoto quando cercava spiegazioni in cose che non gli appartenevano e che mai, per quanto tempo ancora sarebbe rimasto lì dentro, sarebbero diventate sue davvero. Il banchetto con i piedi di ferro e il piano in truciolato, sdentato agli spigoli, graffiato, con l’ impronta di un vecchio adesivo, i probabili resti di una figurina; la semi oscurità a cui la vista si era ormai abituata, il penetrante e a volte insopportabile odore di umidità. Persino ciò che indossava era sicuro non fosse suo, perché la sensazione di appartenenza e il diritto di proprietà sono prerogative e insieme il valore aggiunto di cui ogni cosa è dotata nell’istante in cui nasce, che sia animata o no. Questi presentimenti erano tali per lui, che ovviamente non riusciva a spiegarli diversamente. Si alzò la manica sinistra della t-shirt fino alla spalla e guardò, seguendone i contorni con l’indice, la voglia di caffè sul braccio, un po’ più scura della pelle che invece era color avorio. D’impeto lanciò in aria tutti quei testi, che urtarono il pavimento, alcuni aprendosi, altri rimanendo composti, toccando per terra con il fronte anziché sul retro dopo essersi rivoltati in aria. Tornò in sé e, superato quel secondo di appannamento, rimise tutto in ordine, soffermandosi su alcune formule complicatissime, riportate all’interno di uno di quella dozzina di volumi. Intuiva benissimo che un bambino della sua età non era nella posizione naturale per comprendere quei numeri e lettere composti in brevi scritture che invece contenevano saperi infiniti. Nessuno gliel’aveva insegnato eppure non era così assurdo per lui comprenderne il significato. Fisica quantistica…..chissà cos’è? Si chiedeva. Stringhe, positroni, atomi, concetti che masticava con facilità impressionante. Oscar però non dava peso a questo.

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