Per terra intravide un altro di quei foglietti che aveva trovato nella seconda scatola che aveva ricevuto. Però era inorridito dall’idea di riscoprirne il contenuto. Infilò la mano in tasca e strinse forte l’oggetto che conteneva.
Ad un tratto una voce bianca, bruciata dal sonno, disse: «hai una testaccia più dura della mia!»
Proveniva dal muro dal quale sporgevano le tubature di plastica annerita dalle infiltrazioni nel solaio. Oscar si alzò spingendo sulle ginocchia. Si avvicino al banchetto, posò le mani sul piano e sporse il collo verso un forellino nella parete, la fonte di quella forte affermazione. Ci guardò dentro come se si preparasse a scattare una fotografia. In risposta al suo sguardo, intravide un’iride chiara come la sua e sussultò. La stessa voce sghignazzò. Oscar esclamò imbronciato:
« non è divertente!»
«non tormentarti» rispose l’altro bambino, dopo aver tossito leggermente « ce la siamo scampata bella stanotte!»
«non sarebbero venuti comunque!»
«ah, già! Dimenticavo che tu pensi a tutto! Non dovresti tremare e frignare di notte se sei tanto sicuro!»
«io non frignavo…..» rispose, leggermente combattuto.
«so riconoscere un cagasotto, soprattutto se il puzzo della paura oltrepassa i muri!»
Si trattava di un bambino come lui, che era nella stanza accanto alla sua da molto prima che lui arrivasse. Lo considerava particolarmente irritante. Poi caricava le parole di disillusione. A differenza sua aveva smesso di cercare risposte. Diceva che voleva trattenersi, ma era più forte di lui la necessità di schernirlo. Denigrava Oscar continuamente, non spendeva mai un parola per confortarlo. Era capitato un giorno, durante un momento di sconforto, che Oscar avesse raccontato lui delle scatole, degli oggetti: il chiodo, la biglia e una specie di puzzle fatto di pezzetti di un foglio stracciato; oltre a quei misteriosi biglietti e le superflue fatiche di riprendersi frammenti di passato che loro avevano cancellato. Più che di loro stessi, i due, soprattutto “L’altro”, come Oscar soleva etichettarlo con un certo fastidio, parlavano dei frequenti rapimenti. Circa ogni trenta giorni, così aveva esordito non appena si erano scambiati le prime parole, uomini alti e possenti,vestiti di bianco, li prelevavano dalla stanza per trascinarli con non poca insistenza in un posto che entrambi potevano solo ipotizzare. Sentendosi spaesato e svuotato, all’inizio Oscar dormiva poco e soffriva parecchio, cosa che adesso era meno frequente. Si sentiva solo soprattutto perché l’altro bambino non intendeva concedergli respiro. E come se non bastasse non conosceva nemmeno il suo nome, era restio ad aprirsi come invece lui aveva spontaneamente fatto. L’altro bambino, di recente subiva molto più di frequente le visite inaspettate di quella gente. La cosa più frustrante per Oscar era il senso di impotenza, le mille domande che gli ronzavano nel cervello. Così si imponeva di pensare a quei regali inaspettati come il segno che c’era dall’altra parte un’anima pia che voleva salvarlo; proprio lui, che sentiva di essere speciale solo per aver ricevuto quelli che per chiunque altro sarebbero stati un agglomerato di materiali anonimi. Chi mai si sarebbe preoccupato di un omino di nove anni, per di più smemorato e pallido come un cencio? Decise, quasi come a dare adito alle sue convinzioni, di raccogliere il foglietto ben piegato che prima si era rifiutato di afferrare. L’aprì e nel nero della sua pupilla comparvero le parole: “ ingoiala prima che arrivino”. Era palese il riferimento agli uomini in bianco. Ma fino a quel momento, dall’ultima volta che erano entrati per lui in quella stanza, non si erano ancora fatti vivi. Si diresse verso il cuscino e infilò la mano nella fodera, che era scucita in un punto; contemporaneamente fissava il grande occhio sopra la porta, timoroso che qualcuno potesse spiare i suoi gesti, anche se era giunto alla conclusione, dopo alcune settimane, che lo tenessero spento sempre, fino al momento della proiezione pomeridiana.
Sfilò la mano impugnando un’altra scatolina della stessa forma e consistenza delle altre. Anche questa profumava di primula; conteneva una pillola grossa colorata per metà di rosso e per metà di bianco. Non osava toccarla, poteva trattarsi di un piano malvagio architettato dalle alte sfere, da coloro che l’avevano portato lì.
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