Le Zone d'ombra

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venerdì 30 luglio 2010

Illudersi: Giorno 5

Il mare è piatto come una tavola, il sole sempre alto e dorato. La tempesta è passata, i respiri sono più profondi e lenti, l'agonia e l'apprensione sono sfumate come la schiuma delle onde che si infrangono sugli scogli. Aiutami Dio, tu che non sei mai stato interpellato dal sottoscritto, che non hai udito parola alcuna uscire dalle mie labbra; guardami, stupisci, illudimi ancora. Si, illudimi. Perché non mi resta che questo da opporre al vuoto sconfinato dell'orizzonte, all'inutilità di questo obiettivo che mi sono interstardito a perseguire. Metto a repentaglio la vita dei miei uomini ogni giorno, riempio le loro pance, lascio che il rum scorra nelle loro vene affinché trattengano il calore umano che li ha animati. Attendo la redenzione per la mia tracotanza eppure c'è una parte di me che ancora desidera tenersi stretto il senso di inferiorità e la vigliaccheria per illudersi di poter ottenere quanto agognato. D'altronde l'umanità è ciò che mi rende fallibile e unico per quanto meschino e infame l'uomo rimanga.
Eternamente me stesso
Adam Rowe

mercoledì 21 luglio 2010

Scatole Parte 3

Per terra intravide un altro di quei foglietti che aveva trovato nella seconda scatola che aveva ricevuto. Però era inorridito dall’idea di riscoprirne il contenuto. Infilò la mano in tasca e strinse forte l’oggetto che conteneva.
Ad un tratto una voce bianca, bruciata dal sonno, disse: «hai una testaccia più dura della mia!»
Proveniva dal muro dal quale sporgevano le tubature di plastica annerita dalle infiltrazioni nel solaio. Oscar si alzò spingendo sulle ginocchia. Si avvicino al banchetto, posò le mani sul piano e sporse il collo verso un forellino nella parete, la fonte di quella forte affermazione. Ci guardò dentro come se si preparasse a scattare una fotografia. In risposta al suo sguardo, intravide un’iride chiara come la sua e sussultò. La stessa voce sghignazzò. Oscar esclamò imbronciato:
« non è divertente!»
«non tormentarti» rispose l’altro bambino, dopo aver tossito leggermente « ce la siamo scampata bella stanotte!»
«non sarebbero venuti comunque!»
«ah, già! Dimenticavo che tu pensi a tutto! Non dovresti tremare e frignare di notte se sei tanto sicuro!»
«io non frignavo…..» rispose, leggermente combattuto.
«so riconoscere un cagasotto, soprattutto se il puzzo della paura oltrepassa i muri!»
Si trattava di un bambino come lui, che era nella stanza accanto alla sua da molto prima che lui arrivasse. Lo considerava particolarmente irritante. Poi caricava le parole di disillusione. A differenza sua aveva smesso di cercare risposte. Diceva che voleva trattenersi, ma era più forte di lui la necessità di schernirlo. Denigrava Oscar continuamente, non spendeva mai un parola per confortarlo. Era capitato un giorno, durante un momento di sconforto, che Oscar avesse raccontato lui delle scatole, degli oggetti: il chiodo, la biglia e una specie di puzzle fatto di pezzetti di un foglio stracciato; oltre a quei misteriosi biglietti e le superflue fatiche di riprendersi frammenti di passato che loro avevano cancellato. Più che di loro stessi, i due, soprattutto “L’altro”, come Oscar soleva etichettarlo con un certo fastidio, parlavano dei frequenti rapimenti. Circa ogni trenta giorni, così aveva esordito non appena si erano scambiati le prime parole, uomini alti e possenti,vestiti di bianco, li prelevavano dalla stanza per trascinarli con non poca insistenza in un posto che entrambi potevano solo ipotizzare. Sentendosi spaesato e svuotato, all’inizio Oscar dormiva poco e soffriva parecchio, cosa che adesso era meno frequente. Si sentiva solo soprattutto perché l’altro bambino non intendeva concedergli respiro. E come se non bastasse non conosceva nemmeno il suo nome, era restio ad aprirsi come invece lui aveva spontaneamente fatto. L’altro bambino, di recente subiva molto più di frequente le visite inaspettate di quella gente. La cosa più frustrante per Oscar era il senso di impotenza, le mille domande che gli ronzavano nel cervello. Così si imponeva di pensare a quei regali inaspettati come il segno che c’era dall’altra parte un’anima pia che voleva salvarlo; proprio lui, che sentiva di essere speciale solo per aver ricevuto quelli che per chiunque altro sarebbero stati un agglomerato di materiali anonimi. Chi mai si sarebbe preoccupato di un omino di nove anni, per di più smemorato e pallido come un cencio? Decise, quasi come a dare adito alle sue convinzioni, di raccogliere il foglietto ben piegato che prima si era rifiutato di afferrare. L’aprì e nel nero della sua pupilla comparvero le parole: “ ingoiala prima che arrivino”. Era palese il riferimento agli uomini in bianco. Ma fino a quel momento, dall’ultima volta che erano entrati per lui in quella stanza, non si erano ancora fatti vivi. Si diresse verso il cuscino e infilò la mano nella fodera, che era scucita in un punto; contemporaneamente fissava il grande occhio sopra la porta, timoroso che qualcuno potesse spiare i suoi gesti, anche se era giunto alla conclusione, dopo alcune settimane, che lo tenessero spento sempre, fino al momento della proiezione pomeridiana.
Sfilò la mano impugnando un’altra scatolina della stessa forma e consistenza delle altre. Anche questa profumava di primula; conteneva una pillola grossa colorata per metà di rosso e per metà di bianco. Non osava toccarla, poteva trattarsi di un piano malvagio architettato dalle alte sfere, da coloro che l’avevano portato lì.

Ostacoli: Giorno 4

Libero nel cielo si sollevò, il canto dell'uccello di luce si insinuò nelle mie orecchie. Estenuante e inutile fu il tentativo di svincolarsi, di negare la bellezza della sua melodia ammaliatrice e confortante. Fino a star male la inseguii, mi sforzai di comprenderne la matrice, di scovarne la fonte. Soltanto di una cosa fui certo: era una bella gatta da pelare. La rotta era stata spezzata, il vento mi aveva deviato, l'ossesione divorato. E mentre le travi del ponte scircchiolavano sotto i nostri piedi, strinsi forte il timone e implorai qualcuno oltre la coltre di nubi affinché ci degnasse di uno sguardo. la pioggia bagnò i miei occhi, le condizioni erano pietose, ma il quel canto mi ipnotizzava e mi spingeva ad andare contro ogni previsione e ostacolo possibile.

Eternamente me stesso
Adam Rowe

venerdì 16 luglio 2010

Sabbia bianca e acque limpide: Giorno 3

Cari alleati! E'ufficiale: il destino ce l'ha con me! La rotta intrapresa continua a condurmi in posti assolati dall'aria irrespirabile. Intravedo spiagge bianche e oceani limpidi, ma il tempo e la possibilità non lasciano spazio a manovre di attracco.
Avidi sono i miei occhi di scoperte, rabbiose le viscere della mia ciurma assetata e sfinita dall'afa. Solo una stiva stracolma di speranza e buon senso potrà tenerci in vita e dotarci della ferma convinzione che in qualche modo terremo la mente scombra da orribili pensieri.
Nell'attesa che una tempesta smuova il piattume della distesa salata sotto i nostri piedi, faccio affidamento ai vostri occhi e al vostro cuore.
Blogger, lettori di ogni dove e followers accorrete numerosi.

Eternamente me stesso
Adam Rowe

domenica 11 luglio 2010

Scatole Parte 2

Una volta ultimata la conta, rifece ogni movimento a ritroso e tornò a sedersi sul letto. Stava per ore a fissarlo, sforzandosi di ricordare senza alcun risultato. Che nesso aveva quel chiodo con lui? Da quando quella scatola di cartoncino sottilissimo, schiacciata, era stata infilata nello spazio tra la porta e il pavimento, dentro di sé era cambiato qualcosa. Si era accesa una scintilla, si era mosso un ingranaggio che aveva permesso al suo orologio interno di riprendere a ticchettare. E il lubrificante era stato quel profumo di primula di cui erano intrise le scatole e gli oggetti al loro interno. Ripose il chiodo nello strappo e Istintivamente si alzò e si diresse verso la catasta di libri nell’angolo sottostante la finestra. Si piegò sulle ginocchia e cominciò a scorrere i titoli: erano libri prettamente sconsigliati per un bambino di nove anni: fantascienza, fisica, matematica, storie delle Due Grandi Guerre con tanto di immagini cruente dei nefandi compimenti dell’uomo del tempo. Scartò questi e afferrò, sfilandolo dalla torre, stando attento a non farla crollare, un volume che per i contenuti e per il genere letterario cozzava terribilmente con il resto. “Storia di un Cyborg” era il titolo, incentrato sulla mirabolante avventura di un Cyborg alla ricerca di un cuore vero da farsi trapiantare per poter provare a sentirsi umano. La riteneva una storia appassionante e commovente. Aveva perso il conto delle volte in cui si era perso inseguendo con lo sguardo le righe di quel racconto, di cui ripeteva tra sé e sé i dialoghi e le descrizioni a memoria. Apertolo, annusò le pagine ingiallite, che odoravano di consumato, di un libro letto e poi accantonato chissà in quale scaffale di quale stanza, e smise di scorrerle frettolosamente quando vide un foglietto. Lo prese, e si sedette sul pavimento, mise da parte il manoscritto e lo aprì leggendo: “ usalo come meglio credi”. Qualcuno, lo stesso che aveva recapitato la prima di altre due scatole, aveva scritto sul pezzo di carta con una elegante grafia la sequenza di parole del quale non comprese il senso, pur associando il messaggio al chiodo che aveva trovato all’interno della scatola. Ripiegò il foglio e lo mise in tasca. Aveva ritenuto opportuno capire in che modo scorresse il tempo, contando i giorni, piuttosto che tentare invano di trovare, con un oggetto così misero, una via d’uscita. Si riprometteva sempre di non ritornarci su, ma nonostante tutto una strana forza di attrazione lo calamitava verso di esso e gli riportava alla mente il fatto che, comunque avesse deciso, non avrebbe trovato un fine per giustificare le sue azioni. Il curioso assortimento di generi letterari lo mandava terribilmente in bestia. Troppe cose gli riempivano la testa che sentiva gonfia come un pallone pronto a scoppiare. L’angoscia per i gap mentali che non riusciva a colmare lo distruggeva. Oltre a sapere quanti anni avesse, Oscar, non ricordava nulla relativamente alla trance di tempo che precedeva il primo giorno suo nella stanza. Quegli occhi color del cielo d’estate, limpidi, fissavano il vuoto quando cercava spiegazioni in cose che non gli appartenevano e che mai, per quanto tempo ancora sarebbe rimasto lì dentro, sarebbero diventate sue davvero. Il banchetto con i piedi di ferro e il piano in truciolato, sdentato agli spigoli, graffiato, con l’ impronta di un vecchio adesivo, i probabili resti di una figurina; la semi oscurità a cui la vista si era ormai abituata, il penetrante e a volte insopportabile odore di umidità. Persino ciò che indossava era sicuro non fosse suo, perché la sensazione di appartenenza e il diritto di proprietà sono prerogative e insieme il valore aggiunto di cui ogni cosa è dotata nell’istante in cui nasce, che sia animata o no. Questi presentimenti erano tali per lui, che ovviamente non riusciva a spiegarli diversamente. Si alzò la manica sinistra della t-shirt fino alla spalla e guardò, seguendone i contorni con l’indice, la voglia di caffè sul braccio, un po’ più scura della pelle che invece era color avorio. D’impeto lanciò in aria tutti quei testi, che urtarono il pavimento, alcuni aprendosi, altri rimanendo composti, toccando per terra con il fronte anziché sul retro dopo essersi rivoltati in aria. Tornò in sé e, superato quel secondo di appannamento, rimise tutto in ordine, soffermandosi su alcune formule complicatissime, riportate all’interno di uno di quella dozzina di volumi. Intuiva benissimo che un bambino della sua età non era nella posizione naturale per comprendere quei numeri e lettere composti in brevi scritture che invece contenevano saperi infiniti. Nessuno gliel’aveva insegnato eppure non era così assurdo per lui comprenderne il significato. Fisica quantistica…..chissà cos’è? Si chiedeva. Stringhe, positroni, atomi, concetti che masticava con facilità impressionante. Oscar però non dava peso a questo.

mercoledì 7 luglio 2010

Caldo Torrido: Giorno 2

Buongiorno Temerari!
il viaggio è ancora lungo... oggi il cielo è terso e il sole per quello che vedo intende sciogliere il pianeta come un ghicciolo.
Dov'è il mare? sembra lontano quanto la speranza che possa uscire da questo mio stato di tediosa attesa.
Imprecare non serve a molto, tantomeno mostrarsi deboli di fronte all'equipaggio.
Per cui, in veste di vostro mentore, vi dico " alzate gli animi al cielo! è probabile che presto pioverà ancora e potremmo gioire ma soprattutto rinfrescarci!"
A presto

Eternamente me stesso
Adam Rowe

venerdì 2 luglio 2010

Scatole parte1

Se ne stava con la schiena contro il muro gelido e inumidito, le gambe attaccate allo sterno e le braccia strette strette intorno ad esse, quasi come a impedir loro di muoversi per il tremore. Oscar si nascondeva completamente sotto la coperta di lana pesante che puzzava di polvere e attendeva il passare delle ore oscure delle giornata. Sguardo vigile, fronte sudata, corporatura rachitica, capelli color della pece, scompigliati. Respirava con la bocca aperta cercando di distendere i polmoni nel modo più naturale possibile, ma faceva una fatica tremenda dato che l’ossigeno a disposizione si consumava a poco a poco. Le pareti della stanza scomparivano gradualmente, al tramontare del sole, e quel cubo quattro per quattro in cui dimorava da tempo diventava immenso. E come in attesa che qualche strana creatura riuscisse a liberarsi dal limbo in cui i raggi del sole la imprigionavano, il ragazzino sedeva sul materasso rigido del letto in cui era solito trascorrere la notte per niente tranquillo, sotto il cono di luce gialla proiettato dal lampadario in metallo mezzo rosicchiato dalla ruggine. Ogni tanto dei suoni strani echeggiavano nelle sue orecchie con insistenza e sempre improvvisi. Colpi di bastone contro il pavimento, gocce d’acqua in pozze invisibili. Voci sussurrate, frutto della suggestione. Più di tutto però,il centro delle sue preoccupazioni era la presenza di quelle sagome possenti. Sperava con tutto se stesso che gli individui dalle dita esili come rami e dalla forza impressionante, in quel momento, non varcassero la porta, proprio quando era meno preparato a somatizzare il loro assalto. Il suo cuore batteva così forte che sembrava volesse esplodergli fuori dal torace. Quando non riusciva più a trattenersi, tirava fuori la testa per prendere aria, con gli occhi ben chiusi, sforzandosi di non aprirli, sebbene la curiosità per l’ignoto solleticava i suoi pensieri. Timidamente apriva un occhio, premurandosi di tenere l’altro chiuso. Le ombre giocavano con la sua emotività: aveva sempre l’impressione che qualcuno fosse con lui nella stanza, ogni volta sagome diverse, grandi e piccole, quadrupedi. Sintomi di un’insonnia che durava da due lunghissimi giorni. Le palpebre pesavano come due macigni. Come se non bastasse da un po’ di tempo a questa parte la grossa lampadina sembrava desistesse sotto il peso delle tenebre, debole, indifesa. In quegli istanti Oscar restava col fiato sospeso, le implorava di tenere duro; alla fine soddisfatto, tirava un sospiro di sollievo perché la sua unica alleata lo accompagnava fino alle prime sfumature argentee dell’alba, quando la debolezza in lui aveva preso il sopravvento trascinandolo in un sogno pesante come il piombo. Si svegliò con un dolore alla parte destra del collo, segno che era stato con la testa penzolante da un lato. Si stiracchiava, come tutte le mattine e restava in silenzio ascoltando gli uccelli cinguettare all’esterno come ad avere una conferma che non stesse solo immaginando i raggi del sole. La finestrella in alto alla sua sinistra, rispetto alla posizione del letto, sebbene fosse più una fenditura, lasciava entrare per lo meno la sensazione che fosse giorno. Finalmente poteva toccare le pareti scorticate e arrossate che lambivano i confini del volume e che nella notte si facevano labili. Le tubature, la scarsa imitazione di un banchetto per la scuola, la montagna di libri che si sostenevano a vicenda in uno strambo equilibrio, il grande occhio proprio sopra la porta scura, fredda e massiccia. Come in un inventario, Oscar tutte le mattine ricontrollava che tutto fosse al suo posto con un’espressione piuttosto triste che entusiasta: avrebbe desiderato trovarsi altrove, avrebbe preferito che fosse solo un incubo terribile. Si sentiva una tra le tante cianfrusaglie contenute in una scatola gigante che attendeva solo di essere scoperchiata. Di colpo si accorse di aver dimenticato una cosa molto importante. Spostò frettolosamente il plaid color marrone anemico e saltò giù dal letto. Avvertì il gelo del pavimento di prima mattina con i suoi piedi nudi e piccolissimi, si sgranchì le dita partendo dall’alluce. Cercò lo strappo al lato del materasso, affondò l’indice e portò la lingua sulle labbra, concentrandosi per poter afferrare qualcosa di molto piccolo. Tirò fuori un chiodo di medie dimensioni. Lo guardò con soddisfazione mista a indecisione. Si sedette per terra, per niente preoccupato di aggiungere altro sporco alla sua t-shit bianca e al suo pantalone blu. Si distese supino e con la mano si aggrappò alla struttura metallica del letto infilandosi sotto di esso. Qui si trovò di fronte ad un pannello di legno in sostituzione della rete che avrebbe dovuto supportare il materasso stesso; impugnò il chiodo come una penna e aggiunse un'altra incisione. A quel punto perdeva qualche minuto a contare tutti segni che affiancavano l’ultimo che si era preoccupato di incidere. Trecentosessanta: erano trecentosessanta giorni che era chiuso tra quelle quattro mura, giorni che erano trascorsi tutti uguali.

...continua...